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01/12/2008










 

 


Concorso di Poesia UN BATTITO D'ALI.
3° Votazione - NOVEMBRE 2008. Ecco i risultati:


La Giuria ha così deciso:

la terza poesia che parteciperà ufficialmente alla finalissima di Dicembre 2008 è:



"DIMMI"
della scrittrice Alifranca




DIMMI

Dal come al quando dimmi
se ti accorgi degli occhi della luna in ombra
del ramo spoglio adesso, senza primavera
della goccia caduta per nessuna sete.

Dimmi se c'è una casa dietro la tua porta
dove farà caldo se cadrà la neve
perchè possa rispondere all'inverno
che ti ho acceso il fuoco
e che non hai paura.





Congratulazioni alla vincitrice per la sua poesia e per l'ottimo risultato conseguito!

Noi tutti vi diamo appuntamento per l'Ultima manche di Dicembre 2008. Infatti dall'1 al 9 Dicembre (come da regolamento, la prima settimana del mese) potrete partecipare alla "quarta" manche del concorso UN BATTITO D'ALI scrivendo le vostre poesie sul blog VolObliquo. Ricordate sempre di abbinare la lirica alla relativa categoria cioè "concorso un battito d'ali " così da identificare meglio il Vostro componimento.



A presto!






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- StaffVolObliquo -

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20/11/2008









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Duale amicizia - Raffaele Piazza - Carmela Cioffi
       
Vedi, Mela, dove risplende un attimo di sole
il nostro Sud dal quale in fiorevole  gioia
lasciasti gli ambulacri per il Nord  esiste e
in quel bene di commedie e film ad amarli
in lieve lucore hai presagi di gioia in quel
materializzarsi di qualcosa segnacolo o amuleto e
   
vedi, Raffaele, nel pesante sentire che mi dista
quella mia terra ustionata da ogni fuoco
riesco ancora a nutrirmi del suo esserci
e m’inchina il muezzin del suo richiamo
ho sfere di cristallo tra le mani, e vado giocoliera
a ricordare tutti quei miei salti, tra ciottoli, arenili e
 
vedi, Mela, in quel trasfigurarsi arboreo
rinascita o  metempsicosi abbiamo avuto fiori
rose e gigli, i nostri figli, non voluti e amati.
Veleggia un panneggiare di vela nel chiaroscuro
morale (e noi scegliamo il bene)  la mela e anche
la serpe non velenosa può essere sorella nella muta
 
vedi Raffaele, ormai calpesto i luoghi del perdono
ho rivolto a me stessa ogni indulgenza
dimenticato gli urli disperati, rivolti al cielo
prima della “fiamma”. Mi possa il cielo dare
ancora nomi, mi possa sollevare ancora veli
che quel di Maya ormai se n’è già andato e
 
vedi, Mela, trovi scritto nel nome il frutto che sei,
i genitori vengono e vanno nell’aria prealbare
siamo noi genitori o simulacri presenze nel cogliere
prepari per l’erbario immaginario foglie rare del tuo
Nord, alberi che non conosco vanno e vengono ai tuoi
occhi stellanti, i tuoi sguardi dopo un sonno soave e
 
vedi Raffaele, i nostri figli son qui anche per dare
abbiamo offerto loro ogni nozione, a volte anche fallendo,
e camminando in loro direzione, non abbiam visto
ciò che ci hanno dato. Quanto abbiamo imparato?
Quanto abbiamo insegnato! I figli ci hanno dato tanto oro
e più copiosi e densi possiamo ora vantare i respiri del cuore e
 
vedi, Mela,  continua l’asfalto il ritmo l’anno
e l’ora dell’amore dove eravamo già stati ci sono
colli di cigni nei tuoi laghi dove abbiamo nelle camere
del pensiero nuotato nella telefonata subacquea, amica,
e sono venuti gli angeli sulle cose di noi ed è la benedizione
delle fragole da dietro alle persiane traspare una disturbata divinità e
 
vedi Raffaele, ci sono fili eterei che ci legano
e il caso è la sciocchezza più colossale e più monumentale
che mente umana possa aver generato, ed è infinito
il numero esponente di genti che incrociamo per “Disegno”
Ora questo conoscerci i pensieri, non è meravigliante?
Chissà se te lo chiedi, in quale delle Sette Chiese siamo e
 
vedi, Mela la favola e la fabula noi siamo e i figli
i frutti da cogliere adesso anche negli alberghi
degli angeli del Nord che ti appartiene nella mente
 
la soglia duale è superata calpestata la polvere d’argento
Mela e Raffa amici di poesia vincitori negli albereti
che solo musa sincera sa dare ed è poesia… e… 




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- Melarea -

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sezione: poesia












Scusi ha da accendere



Scusi ha da accendere? Disse Andrea ad una sconosciuta, questa gli diede l’accendino, e Andrea ribatté, a che ora passa l’autobus per Piazzale Flaminio? La signorina garbatamente, ancora per poco, rispose, guardi ci dovrebbe essere scritto nel riquadro a sinistra. Mi scusi sa, sono un provinciale, voi di Roma siete della grande metropoli. La ragazza sotto sotto stava perdendo la pazienza. Lei legge Proust? La ragazza stava con un libro della Recherche. Lo insegno. Ah lei è una insegnante, mi scusi se l’ho disturbata. Andrea si rese conto di essere molto ignorante, e pensò ad altro. La signorina disse a sorpresa, beh, è rimasto ammutolito perché insegno Proust? Di fronte al grande Proust m’inchino a chi persino lo insegna. E’ una scuola serale per lavoratori, può venire anche lei. Anche io? Sì, ma io non lavoro, sono in pensione. Così giovane e già in pensione! Ma ho cinquantuno anni. Mio padre mi concepì proprio a cinquantuno anni. Lo sa che è molto simpatica. Io mi chiamo Andrea, io Claudia. Arrivarono alla scuola, Andrea si stupì della padronanza della letteratura francese di Claudia e Andrea rimase a dir poco estasiato da Claudia. Quando la posso rivedere Claudia? Sono fidanzata! No come si fa per iscriversi a questa scuola. Ma tu chiedi sempre? E sforzati, impegnati! Ti sei mai impegnato seriamente? Questa domanda aveva spiazzato Andrea che non riuscì più a proferir parola! Claudia si rese conto di averlo colpito a fondo, e così per scusarsi gli diede un bacio sulla guancia. Ad un tratto si domandò del perché fosse a Roma e di quel tale che gli avrebbe promesso un impiego in provincia. Nonostante la pensione. Tutta la sua vita gli apparve in sovraimpressione, una madre invadente che aveva deciso tutto il suo tragitto materiale e psicologico, e rendendolo incapace di vere scelte etiche, dal momento che già dall’età di 19 anni si erano manifestate le prime crepe psicologiche, e non più tenute in cura, se non dopo anni travagliati. L’impiego statale contribuì non poco a ferire la psiche del già fragile adolescente, fino all’inverosimile crollo a 45 anni. Quando ormai i buoi erano usciti veramente dalla stalla. E i buoi stanno per i nervi malati da troppi abusi in un ambiente malato dove l’impiego è ripiegato da una noia e da una ossessione dove ne fanno le spese i più deboli e fragili di psiche. In qualche modo devono passare sei ore in un ufficio aperto al pubblico solamente dalle 8 alle 12, per una uscita alle 14. E diciamo la verità, negli uffici pubblici dagli anni 70 agli anni 90 si firmava e si faceva il giro della piazza, altrimenti non si spiegano i milioni di partecipanti ai concorsi pubblici. E quando trovi una ragazza come Claudia che insegna ad una scuola serale, tutto ti va in paranoia e dici a te stesso, ma dove ho vissuto tutto questo tempo? Una settimana dopo Andrea aspettò Claudia, vieni su? Lo sai che mi hai scosso! Ora ho compreso veramente ciò che devo fare per la mia vita. Andrea e Claudia s’abbracciarono.





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- albertoteodori -

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Ti dirò solo questo...

Dalla tua voce ho imparato

eloquenti pause di silenzio,

dalle tue dita ho appreso orditi e trame

di ricordi messi da parte

e la sapienza della distanza non dell'assenza

il tempo è solo effimero spessore

sul quale poco pesa la polvere

per chi ha ali e non teme il vento…





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- poetavago -

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Erosione



Tinge la scogliera
bianca spuma,
come pois su stoffa
a narrar vita,
un punto a croce
lento si sfuma.

Eterno ripetere
una mossa infinita,
lo sbatter dell’onde
si fa carezza,
va sulla terra,
pian piano la spezza.





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- grisby6043 -

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Lisbona



Maria Antonietta

I passi sempre più veloci ed il respiro affannoso risuonavano nel vicolo, mentre l’ombra scivolava furtiva, rasente i muri, passando da una zona oscura all’altra e sfuggendo alla fievole luce delle poche lanterne.
L’uomo, voltandosi continuamente indietro, fissava ansioso l’entrata del vicolo per poi fermarsi improvvisamente in un androne, in assoluto silenzio, così da poter percepire un eventuale rumore di passi diversi dai suoi.
La paura e l’ansia lo avevano aggredito subito, fin all’uscita dalla locanda, dopo l’incontro con l’emissario del Duca de Andrade.
Era stato scoperto; ed il Conte di Guimaraes in persona aveva ordinato ai suoi uomini di eliminarlo quella notte stessa, così l’indomani la sua testa sarebbe stata presentata al re e poi da questi allo stesso Duca de Andrade, ambasciatore del re di Spagna a Lisbona, con le proteste ufficiali per l’ennesimo atto di spionaggio perpetrato a Corte da Filippo II.
Il gioco delle parti tra i regnanti richiedeva infatti queste messinscene teatrali, sorrisi e bonaria ironia nei rapporti ufficiali con i rispettivi ambasciatori, ai quali facevano da contraltare crudeli e sanguinarie ritorsioni, in un gioco delle parti degno di due primedonne bizzose, se non fosse stato tutto svolto sulla pelle dei propri cortigiani.
Altre volte aveva assistito a questi grotteschi spettacoli, che invero stimolavano e solleticavano le perverse fantasie della nobiltà presente a Corte, ma adesso, che la sua stessa vita era in gioco, ne provava tutto il terrore che prima aveva scorto solo nei volti di altri.
Da alcuni mesi anche lui passava informazioni alla Corte di Filippo II, e tramite il Duca de Andrade inviava all’El Escorial informazioni riservate sui convogli in partenza per le Indie, sulla consistenza delle guarnigioni delle piazzeforti portoghesi poste in Algarve e lungo la frontiera con l’Andalusia, e persino sulla dislocazione delle batterie di cannoni ubicate, sulle due rive del Tago, a difesa della stessa Lisbona.
Tutto era cominciato quasi per gioco, allorchè circa un anno prima, durante una festa a Corte, era stato avvicinato da una delle figlie del Duca de Andrade, che dopo alcune settimane di frequentazione diurna e notturna, gli aveva esplicitamente chiesto di passarle quelle informazioni in cambio della sua condiscendenza e di non poca moneta sonante.
Erano quelli i tempi in cui il Re di Spagna era giunto nella determinazione di annettersi a qualsiasi costo il Regno del Portogallo e tutti i suoi possedimenti d’oltremare in Asia e nelle Americhe, così da poter poi rivolgere ogni sua attenzione all’Inghilterra e alle Province Unite ribelli; e per far questo era disposto a ricorrere ad ogni mezzo, per raccogliere tutte quelle informazioni vitali, sui punti deboli del Regno di Sua Maestà Don Sebastiao di Portogallo.
E così lui, Luis de Angel Riberio, secondogenito del Conte di Cascais, fino ad allora annoiato e sfaccendato giovane rampollo di quella nobiltà melliflua e corrotta, aveva deciso di entrare nel gioco, non certo per i soldi o per le grazie della bella Beatriz de Andrade, ma piuttosto per dimostrare a se stesso ed a suo padre che anche lui aveva le capacità di intessere intrighi e di sfuggire alle noiose consuetudini di Corte.
Un rumore in fondo alla strada lo riportò d’improvviso alla realtà della fuga.
Tacque, cercando di afferrare attraverso il silenzio e l’oscurità qualche indicazione che lo aiutasse a capire se era seguito o addirittura già scoperto.
Delle voci, appena percettibili si avvertivano nel vicolo, e subito dopo gli sembrò di vedere delle ombre, come sagome indistinte, nella zona avvolta nell’oscurità da cui era passato pochi istanti prima.
Erano certamente i sicari del Duca de Guimaraes che venivano a guadagnarsi la ricompensa promessagli dal loro Signore.
Era in trappola, e non aveva alcun modo di sfuggirgli per raggiungere il battello, messogli a disposizione dallo stesso Duca de Andrade ed ancorato poco distante dalla Praça do Comércio, dove, poi, nascosto tra le balle di tessuto e le stoffe grezze dirette a Valencia, sarebbe riuscito a sfuggire in Spagna.
Stringendo con forza il calcio della pistola, che mai prima di allora aveva usato, la estrasse dalla fodera del mantello, trattenendo il respiro, pronto a sparare nell’ombra alla sua stessa paura.
Una sagoma indistinta d’improvviso scivolò fuori dall’oscurità e si avvicinò silenziosamente, con passi decisi, nella direzione del suo nascondiglio.
Evidentemente, pensò Luis, il sicario non lo aveva visto e pensando che avesse già lasciato il vicolo si affrettava verso l’altra uscita posta in direzione dell’Alfama, per inseguirlo.
Il profilo dell’uomo diveniva sempre più nitido, così come ben visibile era ora il lungo coltello che questi portava in mano.
Il colpo risuonò sordo ed improvviso, squarciando con una fiammata violacea le tenebre.
Luis vide l’uomo accasciarsi senza un grido, mentre già correva verso l’uscita del vicolo, sperando che gli altri sicari non fossero nelle vicinanze.
Corse a perdifiato lungo la Rua de S. Tiago, senza mai voltarsi, mentre in lontananza sentiva voci concitate, urla e rumori di passi.
Di lì a poco sarebbe giunto nella Praça do Comércio e avrebbe raggiunto la spalletta del molo e l’imbarcadero, nel punto esatto dove l’emissario del Duca gli aveva detto che una barca sarebbe stato ad attenderlo, per condurlo a bordo del battello ancorato in rada.
Il colpo lo raggiunse alla schiena quando era quasi all’angolo con la piazza, sentì le gambe mancargli e rotolò a terra, mentre un dolore improvviso lo coglieva alle spalle.
Girandosi vide sopraggiungere due soldati della milizia, uno dei quali teneva ancora in mano l’archibugio che ancora fumava per il colpo appena esploso e capì che forse questi avevano creduto di sparare al responsabile di un omicidio appena commesso nel malfamato quartiere dell’Alfama e non ad un nobile, figlio di un grande del Regno, quale lui era.
Morì sorridendo, pensando all’ilarità che in seguito avrebbe sollevato a Corte aver visto risaltare dal piatto, con sopra la sua testa mozzata, piuttosto che i riccioli corvini, i suoi orecchi a sventola, tratto ereditario ed indelebile di tutti i figli maschi della sua casata.




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- isher -

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Ti vedo, sai. Mentre dividi la plastica dalla carta e spremi nei per non morire



C'è sempre un professore
che sale sul muretto di cemento
che arringa le folle
come Lenin a Pietroburgo,
ma tu non ci caschi più.
***
Hai smesso la tua paura
dinanzi a chi si crede
investito da divina ragione.
***
Tu vivi i tuoi giorni
decidendo cosa cucinare per cena
litigando per una precedenza
e affermando la verità
della gente normale.
***
E spremi nei
e limoni
pensando al futuro dei figli
guardando le vetrine
attenta al tuo conto in banca
***
Ti vedo, sai
mentre metti le bottiglie di plastica
da parte
riciclando per non farli morire

tra montagne di spazzatura
e promesse di posti di lavoro
che non verranno mai.
***
Ti vedo
davanti a quello specchio
a contare le curve del tempo
con un sorriso che scema nel grigio
in una falsa calma apparente
***
E sei bella,
sei bella per quello che sei,
con le dita nel naso,
con i capelli spettinati,
le borse sotto gli occhi
e lo sguardo di una donna normale
che spreme nei
per non morire





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- hariseldom -

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D'un tratto

i cancelli del mondo

supero.

Verde amore

infinito.





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- marina2 -

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19/11/2008









sono la
neve che si
scioglie e
disseta le
tenebre
la tristezza
abbandonata
dalla paura
la follia
pura che
ti lascia
solchi d'unghia
nell'anima
una pozzanghera
che nessuno
attraversa
una rima fra
gli absidi
della chiesa
la rabbia
desolante
dell'attesa
l'amore tradito
l'amore
abbandonato
il sogno violato
la luce che non
conosce respiri
sono la merda
che non calpesti
il senso di
colpa che detesti
sono solo
un povero
fallito alla
deriva della
gogna l'inquietudine
che non perdona
l'ultimo condannato
ad una vita
di solitudine e
vergogna non
incontrarmi
non pensarmi
non parlarmi
per quel che
valgo faccio
solo danni





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- ashurado -

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EMOZIONI


Mi tuffo nei tuoi occhi

più profondi del mare

che alimentano il sole

 

Poi sfioro il tuo ricordo

con la mente

che tieni saldamente legata a un tuo sorriso


Nel tuo abbraccio mi perdo

e mi ritrovo

vivo tra le tue braccia


Ascolto i tuoi silenzi

mentre respiro a fondo il tuo profumo

ogni giorno rinasco

ma ogni giorno mi ubriaco di malinconia...

 

Mario Coralluzzo - Copyright © 2008 - 100 VOLTE AMORE - Poesie





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- comunicatoripa -

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18/11/2008





Dopogiorno



Sono le onde a gracchiare i sassi nodi contrappesi tra le mani.

È un tutto soffocato al dopogiorno che si dibatte e mugugna

il pianto delle dighe scialli a cui fugge il vento che gemella il mare.

Declinano nel loro precipizio le frecce raggi assottigliate luci

da far pariglia ai ceri in chiesa all’arsura anima nei nostri rosari.

Vapore la gola in preghiera sopra una veletta e un basco levato

e la fatica in prosa d’una lode a memoria gira l’angolo si spiega.

È corta quanto il buio di indubbio palcoscenico una sera a teatro.

Da una parte e dall’altra.





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- ldelena21 -

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Oui, la vie en rose



Oui, la vie en rose

 

Si, quando tu vieni notte

l'ebbrezza a giocarti, istante eterno

quando trascini, giocandole a dadi

le stelle già perdute

 

non vedi altro

che sensi primariamente

polvere non sorretta dal tempo

dallo spazio

 

graffiti su tele ad inciderti

forse

cose, persone, memorie

mia vergine anima

 





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- taglioavvenuto -

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Fuori pista



 

Vanno fuori pista ad un carrello d’emergenza le ali in sogno

fogli ad una pausa senza spaventarla nel campo abbraccio.

I più semplici sono dispiaciuti tirati via arresi sconosciuti

insieme o soli senza chiedere permesso a firmare le finzioni.

Assolato il cuore tra i rami alle stelle nelle tane nuvole.

Pulito annega l’arcobaleno che dell’aquilone è figlio ingenuo.

Poco spazio per un mare aperto dallo sguardo che non ci penso.

Credo.





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- ldelena21 -

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Esistono…?

 

Esistono note più fragili del suono di un  rimpianto?

Ascolto persone sorde

Esistono piacevolezze più acri del sapore di un rimorso?

Mangio su tavoli individuali pensieri insipidi

Esistono terreni scoscesi dove incontrare pensieri instabili e coraggiosi?

Cammino su pianure desolate prive di ideali a tracciar la carreggiata

Esistono ragion d’esser in un mondo da scoprire?....

Dormo in un buio nascosto alle circostanze....

 

Ma dimmi esistono gli uomini?

Non saprei che dirti io vivo sulla terra.


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- CharlieBrown75 -

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Protagora



Protagora: Non affrettiamoci, giovane Simplicio, è ancora presto per il simposio. La notte è lontana ed è piacevole passeggiar per l'Agora. I vini non son ancora diluiti con l'acqua e le ancelle ancora stan intrecciando le corone di fiori.

Simplicio: Ma cos'è questo starnazzare simile a quello di oche e capponi ?

Protagora: Forse i discepoli del maestro Iopensodirado stan cercando i loro eretici, per convincerli a randellate a tornar sulla retta via.

Simplicio: No, non mi par di sentire la voce di Pedanzio. Orsù, maestro, avviciniamoci che son curioso. In qualche modo dobbiam riempire il tempo prima delle libagioni.

Protagora: Conosco quei due che si accapigliano con tanto impegno. E' Freddiodi, di Mitilene, discepolo degli antichi ionici che disputavano sull'origine del Mondo e Gorgia il retore siciliota colui che tutto dubita. Ci sarà da divertirsi.

Freddiodi: Perverso e miscredente Gorgia, come ti dimostrò la mia logica e la mia matematica l'universo non è che il suono di un enorme cetra, dalle infinite e lunghissime corde che vibrano tanto velocemente da sembrar membrane. E gli atomi che tanto sognava in povero Democrito non son che sezioni di quelle corde che intersecano il curvo mondo in cui viviamo.

Gorgia: Interessante ciò che dici, profugo di Mileto. Ma hai prove di ciò che affermi ? Puoi replicare il suono di tale cetra ?

Freddiodi: No, allo stato attuale, non si può costruire una cetra di tale dimensione. Ma non è detto che in lontano futuro, i figli dei nostri, con i cedri del Libano e i capelli delle donne scite possano non riuscire in tale impresa.

Gorgia: Ma incerto ciò che dici e difficilmente vedremo il tempo in cui tale meraviglia, degna del gran Re dei Persiani, sarà costruita. Vi son prove più certe e concrete che non dico possiamo percepire, ma almeno intuire.

Freddiodi: Ahimè nulla possiamo dire della loro esistenza, tranne ciò che sostiene la mente, con la ragionamento e la matematica.

Gorgia: Ma quante volte la nostra mente non rispecchia il Reale, creando chimere e pegasi che certo non esistono. E ogni matematica, ogni logica è di per sè fallata. Ogni sistema assiomatico consistente in grado di descrivere l'aritmetica dei numeri interi è dotato di proposizioni che non possono essere dimostrate né confutate sulla base degli assiomi di partenza, ha dimostrato un saggio germanico.

Freddiodi: E quindi tu, miscredente cretino, osi dubitare della razionale verità scientifica dell'immensa cetra ?

Gorgia: Non cretino, ma siciliota, quella è la mia isola. Per accettare ciò che dici, non debbo sospender ogni incredulità, per fidarmi di ciò che non posso vedere e dimostrare. E ciò come ti differenzia da coloro che chiami superstiziosi, poichè sacrificano agli dei ? Anche loro credono in qualcosa che è al di là della nostra esperienza e della nostra limitata ragione.

Freddiodi: Come osi paragonare le fiabe su Zeus con il frutto della mia scienza ? Oscurantista ed ignorante...

Gorgia: Sì, sono ignorante, perchè oscuro mi è il mondo e non creo fiabe sulla sua Natura. E ti confesso, alle tue cetre preferisco Afrodite dall'occhio ceruleo che almeno mi illude che qualcosa abbia senso e che esista il Bello ed il Buono.

Simplicio: Maestro, l'iracondo Freddiodi sta alzando le mani su Gorgia. Dobbiam dividerli ?

Protagora: No, Gorgia ha le mani callose e da giovane si dilettava nel pancrazio.

Simplicio: Ma questo Freddiodi lo sa ?

Protagora: Ne dubito.

Simplicio: Però, visto come fugge, anche lui è stato un atleta da efebo. Forse correva lo stadio ad Olimpia.

Protagora: Possibile. Che ti turba Simplicio ?

Simplicio: Nobile Protagora...

Protagora: Che ne penso della discussione. Non so che dirti, son poco esperto di cetre e i sofisti preferiscon studiare la cità, invece che la fisica. So soltanto che il mondo è oscuro e la vita è troppo breve e la nostra esperienza limitata per comprender qualcosa sui Principi primi. Possiam soltanto cercare verità limitate e transitorie, da accogliere sino alla prossima scoperta. Dei, corde, son soltanto frutto della nostra fame d'Ordine in ciò che ci circonda. Se non esiste, lo creiamo nel nostro cuore. Il Senso del Reale è quello che vogliamo dargli. L'Uomo è misura di tutte le cose.

Simplicio: No maestro è che il sole tramonta e lo stomaco brontola. Volevo soltanto ricordarti del simposio. E' tempo di andare.





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- alessiobrugnoli -

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EBBENE?



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Poi…svuotando le tasche sul mio tavolo
gli scivolò una mezza verità
l’altra “cammina ancora per il mondo”
tra ingenui che hanno sete d’incompleto
E di messaggi
da espandere nel buio
per uditori sordi e incappucciati,
per labbra imbavagliate
a cui è negato bere
da cornucopie di sorte a banda larga,
non v’è penuria!
Qualcosa mi accompagna  
sul viale degli “ebbene?”
Qualcos’altro mi ferma sul primordio
E ancora non mi è chiaro
qual delle due
m’è d’uopo ringraziare
fermo a restar che il pieno
mai sarà cosa fatta
se non dopo un costrutto dissipato




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- Melarea -

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FONEMA



E se il tuo verbo
spezzasse i cancelli
delle mie paure
fuggirei da questo
muto attendere
che mi logora
ch'avvilisce la speranza
di un domani fatto
di dolci parole...
come puo' un uomo
vivere sul ciglio di un fonema?
Chiudere gli occhi ed acuire il cuore
nel silenzio spettrale
di un mondo sordo?
Anche il piu' insignificante
sospiro e' mia vita....
l'aria trasuda delle tue onde.....
ed il cielo rapito...ascolta.





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- libero1962 -

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Una, quella melodia



Può bastare un attimo
a cancellare una melodia, una voce
quella che ti è vissuta nell'anima?
No, non può bastare
perché in quell'attimo si vive una vita
un intero sogno realizzattosi
a confutare le tue indecisioni che credevi
fossero eterne; ma queste
rompono gli argini inaspettatamente
invadendo e demolendo ogni limite
creduto invalicabile.
Quella melodia, è interludio premonitore
che ti avverte di non considerare
anche per un solo attimo... quell'attimo
che è e diventa essenza, costrutto
più di tanti momenti creduti analisi,
lunghi sospiri di vita ragionati e metabilizzati.
E invece, in un solo attimo, più che spesso
si possono raccogliere armonie ferenti
tanto che, cassarle dall'anima
lo si crede possibile, per poi constatare
che sono spazi non deducibili... mai
né sottraibili alle emozioni e, in quanto tali
sono incorniciate in lacrime di riflessioni.

Vincenzo Atzeni





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- moncoeur -

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ergastolo + 3 anni di isolamento non pagano




 

ascolto

mostruose parole

di ghiaccio

lame nella mia mente

incredula

 

l’orrore scorre

come acqua pura

su labbra assassine

non lascia spazio

alla comprensione

 

contro ogni misericordia

straccio il perdono

cancello la pietà

 

inorridisco

di fronte a una pena

che non paga

il dolore ,

la paura di un bimbo

a cui è stata strappata l’anima

 

76 volte hanno urlato

ogni colpo inferto

con ferocia inumana

 

non c’è vita punita

che possa ripagare

uno solo di quei colpi

nemmeno la morte

darebbe ristoro

a chi adesso

piange i suoi cari

 

chi  ha visto

e si è coperto gli occhi

chi ha udito

e si è tappato le orecchie

 

adesso

è il tempo del silenzio

della riflessione

delle lacrime

della preghiera

a un Dio che trovi la giusta pena.





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- veronicasn -

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17/11/2008





Illusoria Morte



Dannato torpore,

straziante impossibilità di movimento.

Il mio corpo, morente, giace freddo,

inchiodato in questo sudario di eterno dolore,

oblio della vuota esistenza.

Il concepimento dell’impossibilità mi fa impazzire,

percepisco il fallimento,

ogni singolo istante

del tempo illusorio

che inesorabilmente trascorre.

 

Oh, una volta morta, fisicamente morta,

immaginavo di poter tacere,

zittire l’ombra della mia interiorità

che, come un fantasma,

troppo percepibile da considerare irreale,

si annida nelle mie interiora.

 

Unico desiderio di raggiungere la bramata tomba,

alcova del perfetto silenzio,

dimora di estasiante solitudine.





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- MissFashion -

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Giocando a pallone con Cristo



 

Spesso andava a casa di un mio compagno che tutti chiamavamo Cristo.
Il motivo era semplice, aveva capelli lunghi ed era magro, forse per questo o per i suoi occhi azzurri, vai a sapere perché la gente si inventa i nomi.
Cristo non bestemmiava mai e a dire il vero non diceva mai parolacce, solo una volta perse la pazienza quando un tale stava menando alla sua ragazza, Cristo gli mollò un pugno sopra i denti e quella, quella al posto di essere riconoscente si arrabbiò con lui.
Cristo a volte le donne non le capiva, ma non solo quelle.
Suo padre era un operaio in cassa integrazione di un’azienda del mobile e sua madre era una casalinga che cuciva tutto quello che le portavano per aiutare in casa.
Suo padre era iscritto al “partito” per noi il termini “partito” indicava il partito comunista, dicono che proprio per le sue idee fu uno dei primi ad essere messo in cassa integrazione.
Spesso andavo a casa loro e mi offrivano sempre del vino con la gassosa e pane olio e sale, mai bevuto un vino buono come quello e mai mangiato così bene.
Si giocava a pallone nel cortile sotto casa, anche le ragazze giocavano con noi, anche Maria, quella con le trecce e con le gambe magre.
Fumammo solo una volta, quasi per gioco insieme, ma di canne non volle mai sentir parlare, Maria invece di canne se ne fumava due al giorno.
Io iniziai a fumare, lui no, smise subito da quel giorno stesso.
Maria era innamorata di lui, ma io feci tanto per mettermi con lei, forse ero anche stronzo lo so, forse lo sono anche adesso.
Di certo mi divertii con Maria e poi lei stette male, ma non mi sono mai pentito di quello che ho fatto.
Siamo cresciuti separatamente, ognuno per conto suo alla fine io lo persi di vista, chiesi qualche volta a don Gino se avesse notizie di lui, ma don Gino non amava molto Cristo, diceva che era un tipo che non gli sembrava a posto.
Divenni poliziotto, un lavoro che faccio anche ora e che adoro.
Avere la divisa addosso mi mette una euforia che nessun altro mestiere mi avrebbe dato.
Il caso, il caso alle volte gioca strani scherzi, in tenuta di sommossa alla manifestazione in piazza ci scontrammo contro degli studenti che tenevano le mani alzate in senso di resa.
Li colpimmo selvaggiamente, con tutta la rabbia che avevamo in corpo, eravamo consegnati in caserma da una settimana per colpa di questi scalmanati comunisti.
Cristo non aveva più i capelli lunghi e non lo avevo riconosciuto, mi sorrise da terra salutandomi, mentre un fiotto di sangue gli usciva dalla bocca.
Quasi piansi nel sentire le sue parole quel giorno.
- Giuda ma che fai?-
Poi non parlò più.





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- hariseldom -

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-Fiamma-



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Fiamma
che spalanchi il mio corpo alla luce notturna
che fai di questo corpo l'apparire macchiato
che fai di questa pelle il martirio della mente
grida dei tuoi colori nel fondo dei miei occhi
e sì veleno incandescente e mai stanco
ad iniettarsi per chi sà..che per lui son nata
 di sola dannazione
Disperdimi nelle parole perverse
e bagnami della saliva che assaporera'
Unico Oblio fatto di mani
impiastricciami dei miei stessi semi
delta..linfa..ricreami fra i suoi sapori
Rendimi evaso pensiero di quel che resta del suo giorno
ed incatenami fra le onde delle sue ombre
che solo tu..Fuoco..disegni su di me e per noi
sui miei fianchi..ampi ad amarlo
..come solo di Fiamma..sono in grado di rinascere

-Runa-





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- rose74 -

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PROIEZIONE DI ME

 

“Sai Maria, forse è proprio quello che ti sta accadendo. Il tuo è un percorso. Un percorso a ritroso. Il contrario dei soliti percorsi. Tutti cercano, piano piano e